Lo Shedworking ed i Garden Office – (ultima revisione: 09/06/2014)

Cubicolo Bucolico

Per i più fortunati Il Telelavoro può essere davvero una pacchia. Il settore edilizio se ne è accorto da tempo e propone soluzioni di garden office sempre più suggestive

Appena tornato da un viaggio attraverso l’Austria, la Slovacchia e la Polonia non riesco a fare a meno di pensare a quanto verde io abbia visto: boschi ed, in generale, vegetazione rigogliosa quasi ovunque – pure grazie alle (forse troppo) abbondanti pioggie dell’ultimo periodo. La prospettiva di dovere, da domani, ricominciare ad andare a lavorare vedendo intorno a me solo grigio, olfando gas di scarico ovunque, di certo non mi alletta.. Così fantastico – prima di tutto in quanto, da che sono ri-andato via (causa ristrutturazione) da casa dei miei, sono tornato a vivere in appartamento – di potermene rimanere a lavorare da casa mia, preferibilmente non al suo interno ma in un giardino, od in un garden office adeguatamente predisposto.

Certo: nel mio condomino, condiviso fra 4 numeri civici, c’è un giardino, pure piuttosto grande: potrei benissimo portare giù (dal 6° piano) il portatile e sparare la mia WLAN direttamente giù dalla finestra. Ma non credo proprio che potrei installare un “casotto“, magari con alimentazione e servizi igienici – necessari se si vuole un minimo di privacy –, senza incorrere in un linciaggio di dimensione condominiale.

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Di sheds (“casotti“), come di garden office, non ne ho praticamente visti in Italia. Da quel che ho capito – non è la prima volta che m’informo sulla questione.. – di ditte che ne progettano, o che si occupano del modding di strutture esistenti, invece, sono piene gli USA, l’Inghilterra, la Francia e la Germania, e proprio l’ultimo tour mitteleuropeo me ne abbia fatto vedere alcuni, e non solo come telepromozioni immobiliari ma anche dal vivo.

Una postazione di lavoro edificata in giardino non corrisponde tout court ad una situazione di Telelavoro. Potrebbe trattarsi di una qualunque forma di imprenditoria domestica, magari pure da classico artigianato. Scorrendo le offerte commerciali, tuttavia, con le loro feature tecnologiche, è difficile che si addicano ad un vasaio od ad un falegname. È invece più probabile che si addicano a persone – che invidio moltissimo! – che, oltre a volere (e potere) lavorare da casa, abbiano anche l’opportunità di cogliere il vantaggio di uno spazio al di fuori – benché nelle dirette prossimità – del proprio domicilio.

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Sono note, infatti, le difficoltà – diciamo organizzative – cui va incontro qualsiasi homeworker che abbia dedicato – o, meglio, sia riuscito a dedicareun vano della propria casa ad ufficio: in primis di separare in maniera sana vita domestica e professionale; lavorare dirimpetto alla stanza dei figli od, ancor peggio, in un angolo ricavato nel salotto non è scomodo soltanto per chi lo fa ma anche per i congiunti. Se da un lato, infatti, possono essere frequenti le interferenze, dall’altro il telelavoratore rischia di abusare di spazi comuni destinati altrimenti – e ciò vale tenendo conto di abitazioni grandi, figuriamoci nei lotti da massimo 60 m2 che ultimamente sembrano essere diventati la prassi nell’edilizia residenziale (≥3 persone).

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Se un telependolare, dunque, ha la fortuna di disporre di un giardino o comunque di uno spazio all’aperto, magari inutilizzato perché (in apparenza) troppo piccolo, un’idea potrebbe essere quella di farvi installare, o realizzarvi in prima persona, un ambiente di lavoro isolato da questi rischi. Di “cons“, a parte la spesa iniziale, non ve ne sono, mentre di “pros” ve ne sono davvero innumerevoli, in qualunque frangente telecollaborativo:

Isolamento “Attentivo
In taluni – per fortuna assai rari – casi critici, salvo il ricorso a un consulente famigliare esperto in problematiche telelavorative – della cui esistenza francamente dubito, anche se non sarebbe una idea tanto peregrina.! – che possa rapportarsi come esterno super partes, potrebbe rivelarsi arduo istruire coniugi, figli e parentado vario sull’opportunità non tanto di tenere separati i momenti di lavoro da quelli domestici, quanto di poter accumulare la necessaria concentrazione sui task da svolgere. In tal senso disporre di un garden office può essere l’occasione – specie se non si ha la voglia o la pazienza per spiegare l’ovvio ai propri congiunti – per tagliare la testa al toro tracciando un confine fisico sufficientemente auto-evidente.
Isolamento “Affettivo
In effetti quei pochi metri, magari all’aperto, che possono separare il proprio “cubicolo bucolico” – si noti l’anagramma.. – dal focolare domestico rappresentano un efficace deterrente, prima di tutto cognitivolontano dagli occhi, lontano dal cuore.. –, per interruzioni sotto la soglia minima di bisogno. Tale garanzia consente inoltre all’homeworker telepresente – perché passa buona parte del tempo in tele/videoconferenze in prima persona – una più agile scissione fra i suoi differenti ruoli, quello di fronte alla famiglia e quello di fronte alla propria organizzazione, entrambi più o meno costruiti e pertanto da interpretare, coi necessari tempi (e luoghi) di preparazione.
Isolamento Tecnologico
Che vi sia o meno la compartecipazione di un’azienda nella dotazione strumentale di un ufficio domiciliare è plausibile l’esigenza di alienarla da usi ed utilizzatori impropri , non solo per ragioni di riservatezza ma pure di manutenzione. Uno shed od un garden office, oltre a poter essere reso meno accessibile rispetto ad una camera, oltre a essere un ambiente dove raccogliere in modo più ordinato il materiale professionale (pure cartaceo), è di certo un luogo più adatto ad essere imbottito di tecnologia rispetto al salotto di casa. Una o più workstation, uno o più server (pure a rack) ed ammenicoli vari possono esservi alloggiati senza alcun bisogno di discrezione. Inoltre a quest’ufficio si può conferire facilmente un accesso indipendente ad Internet (i.e. con VPN) e/o Point-to-Point, per la pace anche dei più maniaci della sicurezza.
Isolamento “Fiscale
Analogamente, disporre di un ufficio fisicamente separato – ancorché di pochi metri – dall’abitazione nel caso di lavoratori autonomi può rappresentare un presidio per razionalizzare i propri rapporti con il Fisco – specie quello italiano.. Trascurando sia la normativa che la giurisprudenza cassazionistica in materia tributaria ed ispettiva – ahinoi assai aleatorie..! – già la semplice accensione di nuove utenze (elettricità, telefono/internet, etc.), separate da quelle domestiche, possono risolvere antieconomici usi promiscui fra spese domestiche e professionali.

Rispetto ad una situazione lavorativa tradizionale, cioè co-localizzata, tali forme di isolamento, benché estremamente funzionali, possono essere facilmente abbattute, se/quando necessario, con qualche passo fuori dal cubicolo e dentro la casa, per dare un’occhiata al pargolo malato o alla cena sul fuoco.

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Ma questi sono solo sogni per uno come me – l’ho detto prima – che vive in appartamento. È già tanto se, privo ancora di prole, sono riuscito a spostare la vecchia cucina ricavandovi uno spazio più piccolo da adibire a studio: delle tendine preserveranno la mia compagna dalle da sempre frequenti mie sessioni di moonlightning ed un divano letto mi ospiterà se avrò fatto davvero tardi..

Voglio andare a vivere in campagna.. Aahh Aahh..

Un consiglio, infine, se si apprezzano gli esempi fotografici di alternative office finora presentati: leggere “10 Amazing Tree Houses: Plans, Pictures, Designs & Building Ideas“.