Soft Shoring – (ultima revisione: 02/05/2014)

Dai, facciamo gli Indiani..!

cubicles

La questione del lavoro precario è oggetto di accalorate interpretazioni all’interno della attuale discussione sul Welfare, stimolate più che sopite dal recente referendum nelle fabbriche (dove la percentuale di lavoratori precari, peraltro, è notariamente inferiore rispetto ad esempio al terziario). Fra le questioni più controverse c’è ovviamente quella relativa allla durata dei contratti a progetto e del loro rinnovo, dopo 36 mesi, non più in sede privata (l’azienda) ma istituzionale.

Personalmente trovo ovvia la posizione di Confindustria – anche se me la sarei aspettata più da Confcommercio o Confartigianato -, che annovera fra le sue schiere pure aziende molto piccole (dove è più sentita l’esigenza di precariato.. Pardon..! Flessibilità ) e che deve comunque continuare a sostenere un determinato atteggiamento culturale; meno comprensibile, invece, è quella del governo, che dovrebbe aver ormai compreso con chi si trova ad avere a che fare.

Tutti vogliono far portare allo Stato acqua al proprio mulino; non è uno scandalo. il solo modo per affrontare, dunque, la questione è quello solito, ciò di girarci attorno, come si dice, “colpendo ai reni“. Un buon “guantone“, in tal caso, potrebbe essere costituito dal Telelavoro; il “pugno” ce lo dovrebbe mettere, invece, lo Stato.

Dopo la mia vecchia idea di impiegare il Telependolarismo per avvicinare il “costo della vita” dei precari al loro “costo del lavoro” eccone qui un’altra, orientata al sostegno dell’outsourcing in Telelavoro, con o senza Homeshoring.

Il punto di partenza, e il fulcro di un potenziale intervento, è il mercato del lavoro che, attualmente, e per varie ragioni, è a favore dei datori di lavoro e pertanto (banale legge della domanda e dell’offerta, in un contesto che sembra essersi dimenticato di Keynes) sfavorevole ai lavoratori. Almeno in Italia. Potendo godere degli stipendi tranquillamente corrisposti per le stesse mansioni in altri paesi UE, infatti, i nostri precari (e molti altri) se la passerebbero davvero meglio. L’idea, dunque, sarebbe quella di farglieli percepire – magari un po’ ridotti – senza farli espatriare (e magari da casa o molto vicino ad essa). Il risultato sarebbe una riduzione dell’offerta nazionale di lavoratori che potrebbe portare ad un’indiretta sensibilizzazione delle aziende nei confronti del fenomeno precariato.

Tecnicamente si tratterebbe di modificare la legge 30 in modo da non gettare l’idea dello Staff Leasing, inviso a molti, ma di trasformarlo in un presidio esclusivamente destinato a imprese che rivolgano all’estero i propri servizi. In parallelo si tratterebbe di sostenere, con finanziamenti e benefici fiscali – di soldi ce ne sono in abbondanza -, le aziende che volessero affrontare investimenti, tecnologici e non solo, atti a convergere verso questa modalità di business. Tra queste ci metterei ovviamente pure quelle che offrano servizi tipo Centro Satellite, e quindi anche gli Internet Café almeno un po’ evoluti e gli hotel dotatisi di servizi business. Nondimeno vedrei ottima la detraibilità o deducibilità fiscale dei costi di collegamento, in uso promiscuo, per i privati che dimostrassero di lavorare da casa, per l’estero o meno.

L’obiettivo dovrebbe essere quello di osservare la nascita, o la riconversione, di aziende – non solo di somministrazione di lavoro e/o di recruitment, tutt’altro.. – completamente orientate al Mercato estero dei servizi. Un po’ come fanno i paesi (ormai ex-)emergenti, che svolgono in outsourcing una miriade di attività , da quelle che richiedono un basso livello di professionalità (i.e. call center ? customer service) a quelle altamente skillate (i.e. la produzione software).

È proprio in questa “fascia alta“, tra l’altro, che si concentrano le delusioni dell’attuale generazione di laureati italiani – architetti, aziendali, letterati e, ahinoi, anche scienziati (di tutte le branche) – che spesso, dopo aver investito tempo e denaro nell’illusione di una condivisa (in teoria) aspettativa sociale, si ritrovano, magari, grazie al loro master in genetica, a poter ambire (anche) alla pulizia di un laboratorio per 8,00 € all’ora (al lordo ovviamente..), quando altrove verrebbero accolti a braccia (e tasche) aperte. Già me li vedo, dei bio-architetti (tipologia di architetti prodotta invano in Italia..), elaborare e/o correggere progetti di case e condominii francesi, tedeschi, inglesi, svedesi, etc. e poi restituirli a studi di questi paesi (in cui non si scherza né con l’ecocompatibilità né con il paesaggio, figuriamoci coi piani regolatori).

Consentire a queste persone, e non solo – non ci sono soltanto cervelli in fuga, ma pure cervellini niente male.. -, di restare in questo paese pur lavorando per l’estero avrebbe almeno tre vantaggi collaterali: da un lato, riducendo il brain drain (a qualsiasi livello), si potrebbe arginare l’attuale, effettivo, spreco di risorse finanziarie spese per sostenere la formazione; dall’altro si potrebbe ottenere un aumento del gettito, incamerando tra l’altro capitali stranieri, non sommersi; infine ci si esporrebbe al rischio di una influenza indiretta nell’economia italica. Non sia mai che questo paese magari esca dal medioevo.