Forme di Telelavoro – (ultima revisione: 09/04/2014)

Il Telelavoro Domiciliare

Pur rappresentando solo una delle tante forme di Telelavoro il Telependolarismo, o Telelavoro Domestico, è anche quella che più ha colpito l’immaginario collettivo

L’Home Based Telework è la forma di Telelavoro certamente più suggestiva, tanto che viene equivocata quale sua accezione dominante. In realtà è soltanto una delle varie declinazioni che il Telelavoro può assumere – in questo caso la remotizzazione di un lavoratore presso il suo desco domestico – e probabilmente è più importante a livello storiografico che di implementabilità pratica.

Il Telelavoro domiciliare (o domestico), infatti, come è stato detto altrove, ha storicamente rappresentato il primo approccio esplorativo alla telecollaborazione, da un lato in ragione delle sue prevedibili ricadute sociali (appressamento dei lavoratori ai loro familiari, riduzione dei costi per il trasferimento casa⇆lavoro e di quelli accessori, risparmio energetico diffuso, controllo degli infortunii lavorativi stradali, etc.), dall’altro perché, in termini di emancipazione dal contesto aziendale, ne costituisce la variante più estrema.

Al Telelavoro domestico, considerata la sua longevità, è stato anche fatto subire il maggior grado di normazione, dagli aspetti tecnico-antinfortunistici a quelli organizzativi o di diritto di lavoro.. Se siffatta regolamentazione, da un lato, ha di certo portato a maggiori garanzie – in primissimo luogo la non alienabilità del lavoratore remotizzato dall’organico dell’azienda –, dall’altro in molti casi non rende evidente – quale, invece, sarebbe – il raggiungimento di un rapporto costi-benefici abbastanza attraente per la potenziale controparte datoriale.

Il fatto è che, ad esempio In Italia, il Telelavoro Domiciliare è giuslavoristicamente assimiliato al lavoro a domicilio – sembrerà un riecheggiamento della Prima Rivoluzione Industriale.. –, subendo così l’appesantimento da parte di previsioni normative non soltanto pensate per epoche pre-informatiche – e soprattutto pre-telematiche..! – ma che, per lo stesso motivo, non sono state studiate per essere (obbligatoriamente) aggiornabili all’evolversi della tecnologia disponibile.

Questo è uno dei motivi per cui, nei paesi come l’Italia, il Telelavoro domiciliare suscita reazioni ragionevolmente abbastanza scettiche. Anche perché, sempre negli stessi paesi, spesso l’impaccio di origine legislativa non è controbilanciato da incentivazioni, per esempio di natura fiscale, tali da fare prospettare vantaggi (ancor più) tangibili. In questi paesi, infatti, il telelavoratore domestico dovrebbe essere un lavoratore subordinato (dipendente) al quale sia stato formalmente – questa sarebbe la condicio sine qua non – accordato di potere svolgere una parte variabile del proprio orario di lavoro presso il proprio domicilio..

A conferma di ciò c’è l’empirica evidenza che al Telelavoro domiciliare di tipo formale – ovvero inquadrato in espliciti e precisi vincoli contrattuali –, la cui propalazione in tanti paesi non supera i pochi punti percentuali, viene spesso preferito quello di tipo informale – lo si potrebbe definire “a trattativa privata“.. –, che consente alle parti una maggiore discrezionalità, innanzitutto rispetto alla pianificazione dei rientri periodici dei lavoratori in azienda, che rappresentano un tratto ineludibile in qualsiasi situazione telecollaborativa.

Corrobora ulteriormente questa impressione il rilievo che nei paesi in cui sussistano politiche incentivanti, ad esempio negli USA e nel Nord Europa, queste abbiano sortito gli effetti aspettati, conquistandosi, da un lato, sensibili porzioni delle forze lavoro nazionali ed offrendo, dall’altro, il tornaconto ambientale e sociale atteso. Tanto che in tali paesi la definizione di Telelavoro domestico è ormai quasi caduta in disuso; ad essa si preferisce quella di “work from home” o quella, più tecnica, di “Telependolarismo“, associato alla finalità di contenimento degli spostamenti collettivi per lavoro.

Le ragioni di questo, suppure spuntato, successo sono facili da sciorinare. Sorvolando – anche perché solamente pochi paesi, illuminati o forse solo diligenti, hanno concretamente operato in tal senso – sui molti benefici ambientali di un contenimento in genere delle quotidiane transumanze di massa casa⇆lavoro, è perspicuo, infatti, il vantaggio economico a favore delle imprese che hanno adottato iniziative di homeshoring (la “delocalizzazione“, dalle sedi aziendali ai domicili personali, di una parte variabile dello staff dell’organizzazione):

  • Intaccando il rapporto fra persone e postazioni di lavoro necessarie si abbattono, talvolta in modo drastico, i costi strutturali di gestione.
  • Limitando l’inattività conseguente a malattia – e la morbilità, grazie alla minore promiscuità fra persone – si può aumentare il rapporto fra ore lavorate ed ore pagate, ossia la produttività sul lungo periodo.
  • Sul breve periodo, invece, è oramai noto l’aumento della produttività, a livello individuale circa il 25%, facendo una media fra le rilevazioni storiche – così come a livello di gruppi di lavoro.
  • Il risparmio per il lavoratore, sul fronte del commute quotidiano e/o delle eventuali spese di rilocazione, rappresenta, da un lato, un’attrattiva per personale qualificato ma fuori zona e, dall’altro, una leva retributiva.

D’altro canto, peraltro, se non si considera il compromesso manageriale – principalmente di tipo psicologico: collegato alla percepita perdita di contollo rispetto al telelavoratore – soggiacente alla situazione remotizzata e le questioni relative alla riservatezza dei dati aziendali – vera istanza emergente degli ultimi anni – il deployment di soluzioni telecollaborative è abbastanza accessibile, per non dire naturale laddove l’azienda abbia raggiunto una sufficiente maturità – un livello di standardizzazione delle prassi – organizzativa.

In conclusione, benché rappresenti la declinazione telecollaborativa per molti più affascinante, il Telelavoro domestico è, nondimeno, quello maggiormente invasivo, e non solo dal punto di vista giuridico: l’ambiente domestico, infatti, deve venir condizionato, rispetto agli spazi materiali come a quelli relazionali, in modo da accogliere la nuova destinazione operativa.