Telelavoro ≠ Telependolarismo

TeleWork (tele-lavoro) e TeleCommuting (tele-pendolarismo) sono due termini usati spesso in maniera equivalente. La differenza principale, nell’uso comune, è che “Telecommuting” è impiegato soprattutto negli USA mentre “Telework” (insieme ad “e-work“, “lavoro elettronico“) è impiegato in Europa e nel resto del mondo.

In realtà sussiste una più sostanziale discrepanza fra i loro significati. Mentre “Telework” indica una o più attività compiute attraverso qualche forma di dematerializzazione – ed è, dunque, molto generico ed omnicomprensivo – “Telecommuting” indica un obiettivo molto preciso: la riduzione, anche importante, dell’esigenza di percorrere il tragitto fra casa e lavoro. Il fraintendimento, la sovrapposizione dei due significati, è così frequente e radicata che da tempo si crede che “telelavorare” coincida perfettamente col “lavorare da casa“, quando quest’ultimo è in effetti soltanto una delle innumerevoli varianti del primo.

Picasa – Alternative Office Samples (aggiunto il 18/07/2009)

Cominciamo, però, con la differenza culturale. Il termine “Telependolarismo” è diffuso in quelle zone – ad esempio l’America del Nord ed il Giappone – dove, per caratteristiche geografiche ma anche e soprattutto sociali, è maggiormente sentito il costo relativo al pendolarismo (giornaliero). Un costo per il singolo individuo, che vede il suo orario lavorativo gravato da ore supplementari ma del tutto improduttive e – lo si immagina bene anche nel vecchio continente.. – spesso a dir poco scomode, e per la collettività. In USA è stato coniato persino un nome per quelle situazioni di pendolarismo che comportino più di 90′ di spostamento al giorno: Extreme Commuting. In Giappone, invece, l’ancor più lungo ed estenuante tragitto casa-lavoro, spesso in treno, è diventato fertile argomento di produzioni artistico-letterarie e fa parte della cultura popolare.

Se in questi ed altri paesi, specie nell’Oriente sviluppato – non solo la Cina.. –, le distanze ed i tempi per recarsi al lavoro sono molto dilatati, la situazione nel Vecchio Continente è (ancora) diametralmente opposta, e ciò è dovuto principalmente alla maggiore densità urbana, che limita l’extreme commuting ad un’esigua sfortunata minoranza di lavoratori. In Italia, ad esempio, il tempo mediamente trascorso nel tragitto casa-lavoro, è fra i più bassi d’Europa e si attesta a circa 22 minuti al giorno. Qualsiasi sportellista di un ufficio di collocamento, che si vede rifiutare offerte per lavori a più di 5 Km da casa, lo potrebbe confermare..

CfIT third annual report 2001-2002: Average Daily Commuting Time

CfIT – Third Annual Report 2001-2002 – Average Daily Commuting Time

A condizioni strutturalmente diverse corrispondono prospettive analogamente diverse. Se passassi quasi quattro ore al giorno in treno – come tanti sfortunati giapponesi – evidentemente la mia attenzione sarebbe focalizzata su qualsiasi presidio che fosse in grado di ridurre il mio extreme commuting, ma poiché mi ritrovo, almeno negli ultimi tempi, nella fortunata condizione di poter andare al lavoro a piedi, ed in meno di 15 minuti, percepisco di certo una spinta diversa nel tentare – ed anche solo immaginare.. – dei rimedi, anche parziali.

Dev’essere anche per tale ragione, oltre alla nota maggiore penetrazione della Società dell’Informazione, che i paesi nordeuropei – dove le condizioni meteo per buona parte dell’anno non sono di certo “commuter-friendly” – sono molto più motivati, e quindi progrediti, nel sostenere soluzioni alternative.

È, dunque, il peso del pendolarismo, inteso come costo individuale ma anche sociale (economico, ambientale, etc.), a determinare quelle differenze culturali per cui l’americano potrebbe ambire al “work from home“, all'”homesourcing“, all'”homeshoring” (“homeoutsourcing“, in cui gli imipegati sono freelance) mentre l’europeo, nel Telelavoro, vede qualcosa di diverso..

Quel qualcosa è la opportunità di creare non tanto un legame fra il singolo od il gruppo di lavoratori e l’azienda cui afferiscono ma, soprattutto, fra gruppi di lavoro della stessa organizzazione o fra aziende diverse, magari logisticamente distanti fra loro ma la cui distanza può venir neutralizzata con un’efficiente ed efficace infrastruttura ICT.

È proprio la maggior raffinatezza di questa prospettiva il suo principale Tallone d’Achille: mentre gli americani, sospinti anche da una politica trentennale volta alla riduzione degli costi economici e ambientali dei trasporti pubblici e privati, trovando nel telependolarismo una soluzione quasi immediata ed accessibile ai problemi di spostamento, hanno avuto tempo e modo d’imparare a apprezzare anche le virtù più raffinate della telecollaborazione molti europei, Italia – dove il commuting time medio è ai minimi – in primis, devono ancora decidere se ne valga la pena..

E dovrebbe davvero valere la pena, non tanto l’adozione di qualche definizione istituzionale di Telelavoro quanto il riconoscimento che molti lavoratori stanno già di fatto telelavorando pur restando fissi in ufficio, perché, se funziona l’iter logico (americano) dal telependolarismo al “telelavoro in generale“, ugualmente funziona l’inverso: se è possibile telelavorare dal proprio ufficio coi colleghi di chissà dove allora dovrebbe essere possibile farlo anche da casa o comunque lontano dal micromanagement tanto in voga in molte organizzazioni.